Medal of… Dishonor (Racconto)

L’ultima bordata gli deflagra a un paio di metri, scaraventandolo a terra. Un calcio in culo invisibile che gli fa assaggiare per l’ennesima volta il sapore del fango e della sconfitta. Ciò che gli ronza intorno appare ovattato, rallentato, dilatato. Il fischio fisso nell’orecchio non gli permette di sentire altro che il suo battito cardiaco accelerato e tumultuoso. È il frastuono della paura, un rumore che ha imparato a conoscere troppo bene nelle ultime settimane. Non c’è rimedio se non ti chiami Capitan America, forse solo il tempo o qualche sostanza stupefacente. I detriti sono proiettili inevitabili. Meglio questi dei proiettili veri che continuano instancabili a sibilare nell’aria. La posizione orizzontale è inaspettatamente gradita e riposante, soprattutto perchè è ancora vivo, ma di questo se ne accorge solo quando Gerome inizia a tempestarlo di sberle, domande e imprecazioni, strattonandolo per il colletto della giacca. Le sberle le sente, le domande e le imprecazioni, no. In quel tremante e sfuocato quadro a tinte fosche, si concentra solo sulla bocca del commilitone, deformata nel tentativo di comunicare. È agitato, nervoso, incazzato. Poi i lineamenti si distendono e spunta un abbozzo di sorriso liberatorio tra la pelle sporca di terriccio e grasso. “Cazzo ridi?” Pensa Tiger, comunicando il disappunto con lo sguardo incarognito, poi capisce che il suo compagno è solo contento di non dover portare una piastrina metallica alla famiglia, spiegando che il loro unico figlio ha combattuto da eroe. In fondo, Tiger, non ci tiene molto a diventare una sorridente divisa a mezzobusto sul comodino di una madre piangente, e nemmeno ci tiene a essere un eroe. Vuole solo compiere la missione e tornare a casa per godersi cose che fino a un mese fa erano assolutamente trascurabili. Non ha mai pensato che carta igienica, un tozzo di pane fresco e un piatto di pasta al sugo, potessero fare la felicità.
La bocca arida è un ricettacolo di miasmi e aromi acri. L’odore penetrante della guerra è radicato nelle narici che riprendono senza fretta una respirazione quasi normale. Il cuore è tornato nel petto. Il fischio si dirada, riprendono le urla, gli spari, le mitragliate, le detonazioni lontane e vicine. Il cielo a sfondo bianco è maculato di minacciose sagome scure in movimento e di orchidee nere che continuano a sbocciare e morire. L’attacco può proseguire. Qualcosa ruggisce alle loro spalle: un grosso cingolato amico li affianca, li supera, vomita vigorose scariche calibro cinquanta e due colpi di cannone, nuove scosse telluriche per chi calca il campo di battaglia con le suole sprofondate nel terreno molle. Nuove sollecitazioni per i timpani provati e le membra sfinite che non possono permettersi riposo, attingendo energie improbabili dall’ultima riserva adrenalinica. Non è tempo per le riflessioni, per i ripensamenti. Non ancora. È una corsa a ostacoli in un terreno coltivato. Ostacoli esplosivi e coltivazioni anatomiche. Devono farsi largo tra corpi inermi e una macabra raccolta di mutilazioni: braccia, gambe, teste, brandelli umani irriconoscibili. Rivoli di materiale organico e sangue: irrigazioni vermiglie distillate da chi, prima di loro, non ce l’ha fatta a un passo dalla meta. Meta che ormai è visibile e ha la forma di un bunker sotto assedio da ore.
L’odore di bruciato e cherosene si mescola a quello della morte in un cocktail difficile da sostenere senza qualche tanica di alcol in corpo. La lucidità viene meno, ma non è il momento per farsi sopraffare dallo sconforto o da altre debolezze umane. Qui c’è in ballo la vita, la gloria e la fine del conflitto. Sono solo ragazzi in fondo, e nessun addestramento poteva prepararli a quello che avrebbero trovato sul campo di battaglia. Trattengono i conati di vomito e le lacrime, affidandosi alle bocche da fuoco, estensioni indivisibili delle loro personalità asservite alla causa comune.
La corsa è forsennata. Schivano pallottole e cannonate, affondando in un’aspra nebbia innaturale che li inghiotte con voracità.
Finalmente spunta un raggio di sole nella tormenta di piombo: le rugosità amichevoli di una trincea. Gerome e Tiger si buttano dentro appena il terreno si apre a sufficienza per ospitarli. È rassicurante sentire i traccianti a un metro sopra l’elmetto, piuttosto che averli come compagni di viaggio attaccati allo sfintere.
La trincea è un tunnel maleodorante e fatiscente, immerso in una leggera foschia. Un dedalo infinito di bivi che li costringe e scelte continue: tutte potenzialmente vincenti, tutte potenzialmente mortali. Una svolta a destra, poi a sinistra. Dal muro fumoso balzano fuori due ombre ostili, precedute dalle canne dei loro mitragliatori. Non c’è tempo per i convenevoli e di certo i due marine non si aspettano il comitato di benvenuto hawaiano con ghirlande di fiori, ma solo assassini in uniforme che difendono la postazione a ogni costo. Sono minacciosi e si muovono velocemente. Hanno un solo obbiettivo: far la pelle a tutti quelli che non indossano i loro stessi colori. Tiger e Gerome sono addestrati e letali. Gli M4 crepitano, le due sagome si accasciano sotto il fuoco alleato, e così anche tutte quelle che le seguono con le medesime intenzioni, saltando fuori da ogni pertugio utile. L’ingresso del bunker è ora di fronte; le granate si rivelano il miglior passepartout. L’interno è come se lo aspettavano: una gigantesca caverna inospitale e cupa, ricavata da una vecchia miniera di carbone. Arrivano anche i rinforzi, sempre graditi quando la flebile differenza tra orizzontale e verticale è dettata da poche semplici congiunture. Legioni di nemici si avventano su di loro, come le ondate di una marea esplosiva. Nessuno si tira indietro. Il valzer ha inizio e l’orchestra monofonica dà il via a un’ouverture ferale. È un’orgia di tuoni, bossoli e gas di scarico bellici. Anime che passano dalla vita alle quiete eterna in un battito di percussore. Sono decine i corpi a rimanere a terra, tutti quelli che si sono frapposti tra loro e l’obbiettivo finale, ma anche molti compagni che andranno commemorati alla prima occasione.
Gerome e Tiger sono i primi a guadagnare l’entrata dell’ultimo tunnel che li porterà allo scontro definitivo. Dietro una porta troveranno il tremendo nemico dell’umanità, barricato con i suoi fedelissimi. Una volta sparse sul muro le cervella degli ultimi uomini di guardia, non resta che abbattere la lastra blindata che li divide dal successo o dalla sconfitta. Tirano il fiato, quello che succederà da qui a pochi istanti cambierà le sorti del mondo.
Un attimo di stallo. Al momento di piazzare la carica di C-4, Gerome si pianta di fronte a Tiger. Fisso. Immobile. Gli occhi sbarrati. Intorno a lui l’inferno echeggia ancora, attutito dalle paratie piombate che foderano il corridoio. Poi tutto tace, rimane solo la voce nell’interfono.

«Aspetta.»
«Che c’è?»
«Devo andare.»
«Ma dove vai? Mi molli adesso, sul più bello. Ora che siamo all’ultimo livello con il boss finale. Ma sei scemo? Ci abbiamo messo ore per arrivare fin qui. Lo sai che non possiamo salvare la partita e che la prossima volta ci tocca rifare tutto dallo sbarco?»
«Mi spiace Luca, è già un quarto d’ora che mia mamma mi chiama per cena. È venuto mio papà e mi ha detto che se non mi sbrigo non mi porta in bici domenica. Riprendiamo domani sera, dai, te lo prometto, ora devo proprio spegnere. Ciao.»
«Fottiti!»

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1 Commento

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Una risposta a “Medal of… Dishonor (Racconto)

  1. Not bad at all! I loved the contrast between the corp of the tale and it’s end!

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